Appunti sparsi da una bancarella
Stando qualche mese dietro una bancarella succede una cosa strana: inizi a capire delle cose senza averle mai davvero pensate prima. Non perché qualcuno te le spiega, ma perché ti capitano addosso mentre sei lì fermo e la gente ti passa davanti.
Gli spazi non esistono, si creano
Una delle prime cose che noti è quanto le persone funzionino in modo semplice. Molto più semplice di quanto ci piaccia credere. Un po’ come quei video dei gatti: disegni un quadrato per terra con lo scotch e il gatto, puntuale, ci si infila dentro. Non perché sia utile, ma perché è uno spazio chiuso. Definito. Ecco, anche le persone fanno più o meno la stessa cosa.
Quando sei in strada o in una piazza, il movimento è simile a quello di un fiume. La gente cammina seguendo chi ha davanti, senza pensarci troppo. Se uno si ferma, rallentano tutti. Se uno devia, deviano in molti. Basta pochissimo per cambiare il flusso. Nel mio caso è stata la bicicletta. Non per attirare l’attenzione, ma per dichiarare: questo è il mio spazio. Per favore, non passateci dentro. La prima volta che arrivai per strada non ci pensai. Mi trovai, mentre stavo montando, un bel ricordino proprio dove avevo lasciato le borse, a mezzo metro da me, mentre dall’altra parte preparavo l’esposizione. E dalla rabbia piantonai la bici come una transenna. E funzionò. Da allora la posiziono in modo tattico per evitare assalti indesiderati.Avendo un carretto/bancarella minimal, essenziale, non ho la possibilità di chiudere i lati. Per cui mi sono dovuto ingegnare. La maggior parte delle persone gira attorno alla bici senza nemmeno rendersene conto. È lo stesso motivo per cui tanti, con il gazebo, prima o poi si blindano con murate di scatoloni.
E appena smonto succede la stessa cosa. Tolgo per ultima la bicicletta che mi protegge dai passanti e il flusso riprende in maniera naturale. Come un fiume che avvolge un masso, si riprende
quel metro che ho protetto con fatica per tutta la giornata.
La gentilezza prima di tutto
Un’altra cosa che impari abbastanza in fretta è che essere gentili conviene. Non perché si è sempre obbligati a essere una brava persona, ma perché ti semplifica la vita. Davanti alla bancarella passa di tutto. Gente maleducata, gente confusa, gente che arriva già storta. Se ti fai prendere di volta in volta, la giornata diventa infinita. Rischi di arrabbiarti, perdere il focus, immusonirti e diventare sgarbato. Ogni commento ti pizzica le orecchie e diventi attivo e vigile come un cane da guardia pronto ad aizzarsi al minimo movimento sbagliato. Lentamente ci si abbruttisce e si pensa male di tutto e tutti, e così una giornata che potrebbe essere eccezionale si trasforma in un calderone di rabbia soffocata. Mi capita spesso, durante alcuni eventi.
La gentilezza, invece, ha un effetto positivo: resetta. Riesce a chiudere una conversazione complicata e a ripartire pulito con quella successiva. Non ti porti dietro il peso degli errori e questo ti permette di mettere in risalto le situazioni piacevoli che via via si evolvono, con un miglioramento graduale. Una cortesia che, spesso, si riflette anche in chi ti si pone di fronte
Tutti meritano la stessa attenzione
D’altronde la questione dei pregiudizi è sempre in prima linea. Non sempre quelli di chi osserva, bensì i tuoi, che pensavi di non avere. Da dietro il banco inizi a farti un’idea di chi ti si para di fronte. Rimani all’erta solo con determinate persone, convinto di conoscere la tua rosa di clienti, spesso idealizzati dalle tue creazioni che, in fondo, sanno solo loro a chi saranno destinate.
Guardi gli sguardi, i piedi, studi i volti e pensi: questo non è interessato, questa è solo curiosa, lui non sembra neanche sapere perché si è fermato. E mentre la tua mente vaga già al cliente successivo, ogni tanto proprio la persona che avevi archiviato tira fuori il portafoglio. E lì il cervello va in corto circuito. Non perché hai venduto, ma perché ti rendi conto che stavi valutando male. Rimani spiazzato. Più volte mi sono trovato a ripensarci, raccontando l’episodio sorridendo. Succede più spesso di quanto si ammetta.
A volte è solo sì o no
Col tempo arriva anche un’altra consapevolezza, più sottile: non serve giustificarsi. Spiegare sì, giustificare no. Sono due cose diverse. Negli ultimi anni l’artigiano tende spesso a giustificarsi di esistere. Come un mantra silenzioso che gira di banco in banco. Giustificare il lavoro dell’artigiano, giustificare i prezzi, giustificare cosa si fa e perché.
Se ci pensi bene, spiegare e raccontare cosa fai è corretto e naturale. Serve a mostrare il tuo lavoro, a far notare dettagli a un curioso frettoloso. Giustificare, invece, è partire già sulla difensiva. Anche in esempi banali, come spiegare nel dettaglio perché non tieni un certo prodotto perché troppo complesso da gestire in esposizione. Diventa un passaggio non necessario.
La verità è che alla maggior parte delle persone non interessa. Le cose sono così. O ci sono o non ci sono. Più ti giustifichi, più sembra che tu stia chiedendo il permesso per fare il tuo lavoro. Imparare a rispondere con un semplice sì o no è freddo, forse. Ma è utile per non perdere terreno.
Uscita controcorrente
Ci sono le giornate che sulla carta sono sbagliate. Quelle in cui pensi: oggi non verrà nessuno. Festa, ponte, freddo, pioggia. Gira e rigira, chiedi a tutti e ti danno la stessa risposta: meglio stare a casa.
Ed è proprio quel giorno che, a volte, succede il contrario. Perché come te la racconti tu, se la raccontano anche gli altri. Giornate di festa non organizzate, pomeriggi in cui una manifestazione ha bloccato il traffico e sei costretto a cambiare giro. Le persone hanno sempre meno tempo e si ritagliano momenti liberi quando capita.
Ed è proprio in quelle giornate strane, quelle in cui pensavi di fare solo un’uscita breve o di andare a vuoto, che qualcosa si muove. Non sempre. Ma abbastanza da farti smettere di dare tutto per scontato.
Ricordati dove sei
Infine ci sono i momenti in cui sei stanco davvero. Quelli in cui il morale scende. In quei casi ho sviluppato una cosa tutta mia per risollevare l’umore. Mi prendo un momento. Mi radico nel presente e mi ricordo dove sono. Nel bel mezzo di una strada importante o di una piazza turistica.
Anche d’inverno, cinque gradi, decido di stravaccarmi sulla seggiola con le braccia dietro la nuca. Come fossi in spiaggia. Fingo di essere al mare, in un luogo dove posso concedermi un momento di relax. Uno spazio mio, nel mezzo della bolgia del sabato pomeriggio. È fuori contesto. Un po’ ridicolo. Ma funziona.Ho deciso io di essere lì, di far parte di quel meccanismo in quella giornata. Ricordo le mie scelte, il mio percorso, dove mi hanno portato. E allora perché non godermela per quei cinque minuti.
Che poi, se ci pensi, quanti possono vantarsi di spaparanzarsi in mezzo al caos del centro di Torino?
Non sono consigli.
Non sono regole.
Sono cose che succedono stando fermi mentre tutto passa.
E che, piano piano, ti restano addosso.




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